Sara Bonacini è dietista specializzata in mindful eating e lavora con donne che vogliono trasformare il loro rapporto con il cibo senza diete e senza senso di colpa.

Se stai cercando come gestire la fame emotiva, fermati un secondo. Perché la risposta che troverai qui è diversa da quella che ti aspetti: la fame emotiva non si gestisce. Si ascolta. E c’è uno spazio, piccolo ma enorme, tra il momento in cui arriva l’impulso di mangiare e il momento in cui agisci, in cui puoi imparare a farlo. È lì che sta tutto il tuo potere di scegliere.

Se preferisci ascoltare, ecco il nuovo episodio del podcast:

Ascolta "113 Quello spazio tra un biscotto e la scatola intera" su Spreaker.

Perché la fame emotiva non si gestisce con la forza di volontà

C’era una sera in cui ero già al giorno dopo nella mia testa, mentre stavo ancora mangiando sul divano. Stavo pianificando come compensare, come rimediare, prima ancora di aver scelto niente. Il pilota automatico era già partito.

Questo è il problema con la fame emotiva: non è una questione di forza di volontà. È che il cervello ha imparato nel tempo a gestire certe sensazioni, stanchezza, tensione, noia, frustrazione, con il cibo. Lo fa in modo quasi riflesso, velocissimo. Arriva la spinta e nel giro di pochi secondi sei già in cucina, con qualcosa in mano, senza aver scelto niente.

La domanda che in molte si pongono è “perché mangio quando non ho fame?” Ma c’è una domanda ancora più utile: quanto tempo passa tra quando senti l’impulso e quando agisci? Per molte persone la risposta è: pochissimo. Quasi zero.

Ed è qui che si nasconde qualcosa di importante.

Fame emotiva cosa fare: inizia da questo spazio

Quello spazio esiste. Anche quando sembra che tutto succeda troppo velocemente, c’è sempre. Il problema non è che manca, ma che nessuno ci ha mai insegnato a starci dentro. Ci hanno insegnato a resistere, a fare forza di volontà, a non cedere. Tutte cose che richiedono di combattere contro qualcosa.

Stare nello spazio è diverso. Non è combattere. È ascoltare. È fare una cosa sola: non andare ancora al giorno dopo, non al rimedio, non alla compensazione. Qui. Adesso. Cosa c’è adesso?

Ti racconto la storia di una mia cliente, che chiamerò Giada (nome di fantasia). Era tornata a casa dopo una giornata in cui qualcuno l’aveva trattata male: svuotata e arrabbiatissima allo stesso tempo. Sapeva già cosa stava per succedere, lo sapeva perché lo aveva già fatto mille volte. Ha aperto il frigo. Stava lì, con il respiro corto e l’urgenza di mettere dentro qualcosa, veloce.

Poi mi ha detto una cosa che non ho dimenticato: “A un certo punto ho sentito il battito del mio cuore. Non lo avevo mai sentito in quei momenti. Di solito non ero lì, ero da qualche altra parte. Quella volta invece ero lì. E mi sono vista.”

Ha chiuso il frigo. È andata in un’altra stanza. Ha aspettato che passasse.

Mi ha detto che era stata la sua abbuffata più consapevole. Non perché fosse andata tutto bene, ma perché in mezzo a tutto quel caos era riuscita a ritornare. Un secondo. Abbastanza.

Accogliere invece di combattere: la differenza che cambia tutto

Quello che ha fatto Giada non è stata resistenza. Non ha usato la forza di volontà, non ha stretto i denti, non ha “gestito” niente. Si è fermata. Ha sentito. È rimasta lì.

Questa è la differenza tra gestire e accogliere. Gestire implica controllo, implica che ci sia qualcosa da tenere a bada. Accogliere implica curiosità: cosa c’è qui? Cosa sta cercando questa sensazione?

A volte la risposta è fame vera: non hai mangiato abbastanza, il tuo corpo ha bisogno di carburante. E allora mangi, con tutta la calma del mondo. A volte la risposta è stanchezza, solitudine, rabbia che cerca un posto dove andare. E anche solo accorgertene è già qualcosa. Non devi risolvere niente in quel momento. Devi solo restare un secondo in più.

Masticare invece di trangugiare. Sentire il battito del cuore. Chiudere il frigo e andare in un’altra stanza. Sono tutte la stessa cosa: restare nello spazio invece di scapparne.

Perché non si impara nell’emergenza

C’è però una cosa importante. Quello spazio non lo trovi la prima volta che ci provi nel momento di massima crisi. È come imparare a nuotare: non lo fai in mare aperto durante una tempesta. Lo fai prima, quando l’acqua è calma.

Io quello spazio lo avevo già allenato prima di quella sera sul divano. Giada lo aveva già allenato. Non in modo perfetto, non in modo costante. Ma abbastanza da averlo disponibile quando serviva.

È per questo che nel lavoro che faccio con le mie clienti do molta importanza alle pratiche di consapevolezza, anche brevi, anche imperfette. Cinque minuti al giorno non servono a rilassarsi. Servono a costruire quel muscolo: la capacità di stare con il disagio senza agire immediatamente. Se impari a stare con il disagio piccolo, quel muscolo esiste già quando arriva il disagio grande.

Un esercizio pratico per iniziare

La prossima volta che senti quella spinta verso il frigo o verso qualcosa da mangiare, prova a fare una cosa sola prima di agire: fermati. Anche solo trenta secondi. E fatti una domanda: dove sono adesso?

Non “cosa ho sbagliato” o “perché lo sto facendo di nuovo”. Solo: sono qui, in questo momento, o sono già da qualche altra parte?

Se sei già al giorno dopo nella testa, notalo. Non giudicarti. Nota solo che ci sei. E poi scegli: vuoi continuare o vuoi restare un secondo di più?

Non è semplice all’inizio. Non succede in automatico. Ma si impara. E più lo pratichi, più quello spazio si allarga.

In sintesi

  • La fame emotiva non si gestisce, si ascolta.
  • C’è sempre uno spazio tra l’impulso e il gesto: imparare a starci dentro è tutto.
  • Quel muscolo si allena prima della crisi, non durante.

Conclusione

Giada, alla fine di quell’incontro, mi ha detto una cosa che mi è rimasta impressa : “Non avevo mai capito che potevo fermarmi nel mezzo. Pensavo che una volta partita, era partita.”

Quello spazio tra un biscotto e la scatola intera non è piccolo. È enorme. È il posto in cui smetti di subire quello che il pilota automatico ha deciso per te e inizi ad ascoltare quello che c’è davvero.

Se senti che questo ti riguarda, e che da sola fai fatica a trovare quello spazio, puoi prenotare una call conoscitiva gratuita con me. Si chiama “Un momento solo per te”, dura mezz’ora, e parliamo di te senza che tu debba arrivare preparata.

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