Sara Bonacini è dietista specializzata in mindful eating e lavora con donne che vogliono trasformare il loro rapporto con il cibo senza diete e senza senso di colpa.

Accettare il proprio corpo è una di quelle frasi che sembrano semplici finché non sei in un camerino, sotto una luce impietosa, con una voce in testa che elenca tutto quello che non va. Sai razionalmente che le luci sono progettate male, che le taglie non sono standard, che il problema non sei tu. Eppure quella consapevolezza sparisce e resta solo la voce. In questo articolo vediamo perché succede, da dove viene quella voce e cosa puoi fare, concretamente, per costruire uno sguardo diverso sul tuo corpo.

Se preferisci ascoltare, ecco il nuovo episodio del podcast:

Ascolta "116 Il camerino, lo specchio e quel corpo che non riesci ad accettare" su Spreaker.

Perché accettare il proprio corpo è così difficile in un camerino, anche quando “lo sai già”

Il camerino è uno dei pochi posti in cui sei ferma, senza distrazioni, con il corpo completamente al centro. Non stai facendo altro, non sei di corsa. Sei lì, lo specchio è lì, la luce è lì. E per chi ha un rapporto complicato con il corpo, questo diventa un momento di grande esposizione emotiva.

Non perché il corpo sia cambiato, ma perché sono sparite tutte le cose che di solito attutiscono lo sguardo su di sé.

La consapevolezza intellettuale, sapere che le taglie sono arbitrarie, che i brand non tengono conto della varietà dei corpi, che le luci dei camerini sono tra le peggiori al mondo, non basta a spegnere la voce emotiva. Capire qualcosa con la testa e sentirla nel corpo sono due cose diverse. Puoi avere tutta la consapevolezza del mondo e fare ancora fatica davanti a quello specchio: è la prova che accettare il proprio corpo è un lavoro più profondo di quanto una frase motivazionale riesca a raggiungere.

C’è anche un fattore stagionale che vale la pena nominare. In estate il camerino torna protagonista più che in ogni altro periodo dell’anno: costumi, vestiti leggeri, prove prima di partire. Il corpo è più esposto e lo è anche lo sguardo che gli rivolgiamo. Se in questi mesi il camerino ti pesa più del solito, non sei tu a esagerare: è una dinamica che riguarda moltissime donne nello stesso periodo.

Da dove viene la voce che ti impedisce di accettare il tuo corpo

Quella voce non è nata con te. Viene da anni di messaggi che ti hanno insegnato che il corpo è qualcosa da controllare, correggere, migliorare. Che esiste una forma giusta e tutto il resto è un problema da risolvere. Che se non entri in quel pantalone, il problema sei tu.

Hai sentito quella voce così tante volte che sembra la tua, ma non lo è. È una storia che ti sei portata dietro e come tutte le storie può cambiare. Non in un giorno, non davanti a uno specchio di un camerino, ma nel tempo, con un lavoro che va più in profondità di qualsiasi dieta o piano alimentare.

Accettare il proprio corpo non è un interruttore che si accende: è un processo con le sue oscillazioni. Ci sono giorni in cui lo specchio è più difficile di altri, anche per chi ha fatto un percorso lungo, anche per chi ha già cambiato molto nel proprio rapporto con il cibo e con il corpo. E questo non significa essere tornate indietro. Significa essere umane, dentro un percorso che non è mai una linea dritta.

C’è anche un’altra trappola da nominare, quella del “ama il tuo corpo così com’è” trasformato in un nuovo obbligo. Prima dovevi avere un corpo perfetto, ora sembra che tu debba anche amarlo perfettamente, sempre, senza incrinature. Ma non funziona così ed è importante dirlo chiaramente: i giorni difficili non sono un fallimento nel percorso di accettazione del corpo, ne fanno parte.

Come iniziare ad accettare il proprio corpo, un passo alla volta

Non ti chiedo di amarti davanti allo specchio. So che quella frase può fare quasi più male che bene quando stai soffrendo davvero in quel momento.

Ti chiedo qualcosa di più piccolo: notare la voce, accorgerti che sta parlando, riconoscerla per quello che è, una storia appresa e non un verdetto definitivo sul tuo corpo. Non devi crederle.

Un’altra cosa che può aiutare è spostare l’attenzione dal corpo come apparenza al corpo come strumento. Non “come appare il mio corpo?” ma “cosa sa fare il mio corpo?”. Dove ti ha portata oggi. Cosa ti ha permesso di fare. Come si sente quando cammini, quando abbracci qualcuno, quando mangi qualcosa che ami davvero.

Puoi allenare questo sguardo anche fuori dal camerino, nei momenti in cui non sei sotto pressione: mentre cammini e senti le gambe che ti portano dove vuoi andare, mentre abbracci qualcuno e senti il calore, mentre mangi qualcosa che ti piace ed sei presente in quel momento invece che a giudicarti. Sono piccoli momenti in cui il corpo smette di essere un oggetto da valutare e torna a essere il posto in cui vivi.

Non c’è bisogno di farlo perfettamente o sempre: basta che tu ci riesca ogni tanto per iniziare a guardare le cose da un punto di vista diverso ed è spesso da lì che parte un cambiamento più grande.

In sintesi:

  • La voce che giudica nel camerino racconta una storia appresa nel tempo, non la verità sul tuo corpo.
  • Accettare il proprio corpo è un processo con oscillazioni normali, non un interruttore che si accende una volta per tutte.
  • Notare la voce senza seguirla e spostare l’attenzione su cosa sa fare il tuo corpo, sono due passi concreti verso uno sguardo diverso.

Conclusione

Il camerino fa male non perché il tuo corpo sia sbagliato, ma perché toglie le distrazioni e mette al centro uno sguardo che hai imparato a usare in modo molto critico. Accettare il proprio corpo non significa non avere mai più giorni difficili. Significa imparare a starci dentro senza crollare, riconoscere la voce senza seguirla, tornare al corpo con più curiosità e meno guerra.

Se senti che questo lavoro è qualcosa che vuoi fare con qualcuno al tuo fianco, puoi prenotare QUI una call conoscitiva gratuita: “Un momento solo per te”, mezz’ora insieme per capire se e come posso aiutarti.

 

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