C’è una storia che voglio raccontarti. È la storia vera di una mia cliente che chiamerò semplicemente “lei” e che secondo me vale più di mille spiegazioni teoriche sul rapporto con il cibo.

Perché a volte quello che succede nella vita reale delle persone dice le cose in modo molto più diretto di qualsiasi dato scientifico.

E questa storia, in particolare, ha un colpo di scena che voglio che tu legga fino in fondo.

Se preferisci ascoltare, ecco l’episodio del podcast

Ascolta "Da 'devo mangiare' a 'mi va di mangiare': la storia che vale più di mille diete" su Spreaker.

Il rumore di fondo costante

Quando questa cliente è arrivata da me, aveva quello che io chiamo il rumore di fondo costante.

Sai cos’è?

È quella voce nella testa che non smette mai. Che gira mentre sei al lavoro, mentre parli con un’amica, mentre stai guardando una serie la sera. Cosa ho mangiato stamattina? Era troppo? Avrei dovuto mangiare l’altra cosa. Stasera compenso. No, aspetta, domani è sabato, ricominciamo lunedì.

Non è fame. Non è nemmeno voglia di qualcosa di specifico. È un pensiero che occupa spazio, consuma energia, ti toglie presenza dalla tua stessa vita.

Lei lo descriveva con una frase precisa: “devo mangiare questo, devo mangiare quell’altro.” Una lista mentale di doveri, regole, conti sempre aperti con se stessa.

La cosa interessante? Non era una persona che mangiava “male” nel senso tradizionale. Non faceva abbuffate clamorose. Non saltava i pasti. Dall’esterno sembrava tutto sotto controllo.

Ma dentro c’era questa guerra silenziosa, continua, estenuante. Il cibo era diventato un progetto da gestire. E lei, dentro a quel progetto, si era un po’ persa.

Il lavoro che abbiamo fatto insieme

Abbiamo lavorato insieme per qualche mese. E voglio essere chiara su una cosa: non le ho dato uno schema da seguire. Non le ho detto cosa mangiare, quando, in che quantità, come combinare i cibi.

Perché il problema non era il cibo. Era il modo in cui lei si relazionava al cibo e a se stessa attraverso il cibo.

Abbiamo lavorato su come riconosce la fame. Non la fame che pensa di dover avere, non la fame “giusta” o “programmata” ma la fame reale, quella del corpo.

Abbiamo lavorato su come si tratta quando fa una scelta che non corrisponde alle sue aspettative. Quella voce critica che arriva subito dopo “hai sbagliato, adesso devi rimediare” e che mette in moto tutta la spirale.

Abbiamo lavorato su cosa succede davvero la sera quando apre il frigo senza avere fame fisica. Cosa sta cercando in quel momento. Cosa c’è sotto.

La zona di grigio

C’è un concetto che uso spesso con le mie clienti e che voglio spiegarti, perché è centrale per capire questa storia.

La mente da dieta ragiona in bianco e nero. O sono perfetta, ho rispettato tutto, ho mangiato “bene”, la giornata è andata oppure ho fallito

Non c’è mai la zona di grigio. Non c’è mai lo spazio per dire “ho mangiato quel biscotto, va bene, non cambia niente, vado avanti.” O sei forte, o fai schifo. Non esistono sfumature.

E finché si ragiona così, si rimane nel ciclo. Sempre.

Una parte importante del nostro lavoro insieme è stata imparare a stare proprio in quella zona di grigio — a tollerare l’imperfezione senza che diventi un crollo, a fare pace con il fatto che mangiare non è una gara, non è una prova, non è qualcosa su cui essere giudicate ogni giorno.

I risultati, quelli veri

Tre mesi dopo la fine del percorso, mi scrive.

È andata dalla sua nutrizionista, che sapeva del lavoro che avevamo fatto insieme, e nella visita è emerso che dall’ultima visita aveva perso sei chili.

Sei chili. Senza schema. Senza contare niente. Senza pesarsi ogni mattina. Senza lunedì di ripartenza.

Il numero, però, non è quello che mi ha colpita di più.

Quello che mi ha colpita è quello che mi ha scritto lei, con le sue parole: “Il ruminio mentale è completamente scomparso. Prima mi chiedevo sempre ‘devo mangiare questo o quell’altro’. Adesso mi chiedo ‘cosa mi va di mangiare oggi?'”

Senti la differenza?

Da “devo” a “mi va”. Da una lista di regole a una domanda di ascolto. Da un sistema di controllo esterno a una conversazione con se stessa.

Questo è un cambiamento enorme. Non è una questione di calorie, è un cambiamento nel modo di stare al mondo.

Mi ha scritto anche che ha iniziato a fare pilates e camminate. Le ha scelte lei, perché le piacciono e perché si sente bene quando le fa. Non come compensazione. Non come obbligo. Perché le va.

E quando si guarda allo specchio, dice che quello che vede corrisponde di più a come si sente dentro. Non perché ha una forma diversa ma perché c’è una coerenza tra fuori e dentro, tra il corpo e la persona che lo abita.

Il colpo di scena

La nutrizionista, che ha visto i risultati e che conosce il percorso, le propone uno schema alimentare da seguire.

Con buone intenzioni, sia chiaro. Probabilmente per consolidare i progressi, per dare una struttura, per aiutarla a continuare su quella strada.

E lei mi scrive una cosa semplice: “Ho paura. Ho paura che se seguo lo schema, torni il ruminio. Devo farlo?”

Questa domanda mi ha fermata. Perché è la domanda giusta.

Uno schema alimentare, per chi ha una mente che ha imparato a vivere nella logica del controllo, non è mai neutro. Porta con sé delle regole. E le regole, per una mente che le ha usate per anni come strumento di controllo e compensazione, riattivano un meccanismo molto preciso.

Il meccanismo funziona così: c’è una regola, la seguo, mi sento in controllo. Poi per qualsiasi motivo, stanchezza, stress, una cena fuori, una giornata storta, non la seguo. Scatta il tutto-o-niente. “Tanto ormai. Ho già sbagliato. Da lunedì ricomincio.”

E sei di nuovo nel ciclo.

Quello che lei aveva guadagnato in quei mesi non era solo meno peso sulla bilancia. Aveva guadagnato il silenzio mentale sul cibo. La libertà di chiedersi cosa mi va invece di cosa devo. La capacità di muoversi perché le piace, non per bruciare qualcosa.

Quello schema, con le sue buone intenzioni, rischiava di rimettere in moto esattamente il meccanismo da cui lei era faticosamente uscita.

Cosa puoi portarti a casa da questa storia

I risultati che cerchi, perdere peso, sentirti bene nel tuo corpo, smettere di pensare al cibo tutto il giorno non stanno in uno schema più preciso, in una dieta più rigorosa, in più controllo.

Ci provi da anni, no? E ogni volta che ricominci, ci credi davvero. “Questa volta ce la faccio.” E per un po’ funziona. E poi smette. E non è colpa tua, è che il sistema su cui ti appoggi non regge.

Perché il corpo non è un progetto da ottimizzare. È un sistema vivente che risponde a come lo tratti. E quando lo tratti come un nemico da domare con regole, con restrizione, con controllo prima o poi si difende.

Sei chili senza schema, senza regole. Non perché il corpo sia magico. Ma perché quando smetti di essere in guerra con lui, lui smette di difendersi.

Quella pace, quella voce che si abbassa, quel silenzio mentale, quella coerenza tra fuori e dentro, non te la dà nessuno schema. Te la dà il lavoro che fai su te stessa.

Il primo passo concreto

Se ti sei riconosciuta in questa storia, oppure se ti ha toccata anche senza riconoscerti del tutto, il primo passo concreto è imparare a distinguere la fame fisica da quella emotiva.

Ho creato una guida gratuita che si chiama La Bussola della Fame: tre passaggi pratici per iniziare a riconoscere cosa chiede davvero il tuo corpo, prima di aprire il frigo.

 

 

Immagine da Pexels

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