Sara Bonacini è dietista specializzata in mindful eating e lavora con donne che vogliono trasformare il loro rapporto con il cibo senza diete e senza senso di colpa.
Il binge eating, in italiano disturbo da alimentazione incontrollata, non è mangiare tanto. È perdere il controllo, mangiare in fretta, in grandi quantità, quasi sempre da sola, e provare vergogna subito dopo. In Italia ne soffrono oltre 600.000 persone, dati del Ministero della Salute, dentro una platea di 3 milioni che convivono con un disturbo alimentare. Eppure resta uno dei disturbi meno riconosciuti, perché viene letto come mancanza di forza di volontà.
Questo articolo nasce dall’ascolto di una puntata del canale YouTube Pianeta B12, con Paolo Di Gesto, creator che su Instagram racconta apertamente la sua condizione (lo trovi su Instagram come @paolodigesto), e il dottor Emanuel Mian, psicoterapeuta specializzato in disturbi del comportamento alimentare (@emanuel_mian). Paolo convive tuttora con l’obesità, in un percorso fatto di anni di diete, di eccesso ponderale, di difficoltà nel rapporto con il cibo, seguito oggi da un team di specialisti. Alcuni passaggi di quella conversazione mi hanno colpita così tanto da spingermi a scriverne qui, con la mia lente professionale. Trovi la puntata originale su YouTube.
Se preferisci ascoltare, ecco l’episodio del podcast
Ascolta "117 Binge eating: cosa c'è davvero sotto le abbuffate (non c'entra la forza di volontà)" su Spreaker.Perché il binge eating non è mai una questione di forza di volontà
La prima risposta che si offre a chi soffre di binge eating è quasi sempre la stessa: fai una dieta. Il problema è che una dieta restrittiva finisce per essere vissuta come una prigione, e da una prigione, prima o poi, si cerca di scappare. Più un cibo viene reso proibito, più la mente lo desidera. Il binge eating non nasce da una debolezza di carattere, nasce da un sistema di regole troppo rigide che a un certo punto collassa su se stesso.
Il binge eating non dipende dalla forza di volontà: dipende da un sistema di controllo che, prima o poi, deve rompersi.
Il piacere vissuto come colpa
Paolo racconta un episodio che riassume bene questo meccanismo: una parmigiana fatta da sua madre, una versione più leggera, con le melanzane grigliate invece che fritte. Ne parla così: “Mi sono deliziato ed ero preoccupato, ho detto come posso essere soddisfatto di un qualcosa che mi può far solo bene? Sarò pazzo? Può darsi.”
Siamo abituate a pensare che piacere e salute siano due cose opposte. Se un cibo fa bene, deve per forza essere un po’ triste, un po’ punitivo. Se invece piace davvero, deve nascondere qualcosa di sbagliato. Anni di diete restrittive insegnano proprio questo, che il piacere va sempre giustificato o pagato in qualche modo.
Il tutto o niente: quando saltare un pasto sembra più facile che gestirlo
Paolo racconta anche di aver saltato per anni la colazione, convinto di poter spostare quelle calorie al pranzo. A livello logico sembra avere un senso. Ma è solo un’altra sfumatura dello stesso tutto o niente, senza vie di mezzo, perché in realtà è più semplice non fare colazione piuttosto che farla: se non la fai, non sei obbligata a stare dentro nessun limite, non devi scegliere una quantità, non devi fermarti.
Saltare un pasto non è solo una questione di calorie. È anche un modo per scappare da quello che c’è in quel momento. Scegliere consapevolmente cosa mangiare significa darsi già un limite, una quantità definita, e per chi ha un rapporto difficile con il cibo, restare dentro una quantità è molto più difficile che evitare del tutto quel momento.
Chirurgia bariatrica e farmaci: strumenti utili, non soluzioni da sole
Un altro aspetto centrale, discusso anche dal dottor Mian nella puntata, riguarda la chirurgia bariatrica e le cure per l’obesità. Capita spesso di incontrare persone che hanno affrontato un intervento di chirurgia bariatrica e che, ai controlli, ricevono quasi stupore dal medico quando riescono a mantenere il peso, come se fosse un’eccezione più che la norma. Questo racconta molto: l’intervento da solo, senza un lavoro parallelo su come mangiamo e perché lo facciamo, spesso non basta. La chirurgia, come i farmaci, può essere uno strumento utile, ma resta uno strumento. Se lavora da sola, scollegata dal resto, il rischio è che l’effetto non regga nel tempo.
Sentirsi un “ex”: un’altra idea da guardare con gentilezza
C’è un’ultima riflessione che vale la pena portare a casa, quella di sentirsi un po’ come un “ex”. Un ex obeso, un’ex bingiter, un po’ come si dice per un ex fumatore. È un pensiero che per molte persone porta con sé un significato negativo: se sono un’ex, vuol dire che non guarirò mai davvero, che una parte di me resterà sempre segnata.
C’è però un altro modo di guardare la stessa cosa. Essere un’ex non significa essere rotta o incompleta. Significa essere una persona più sensibile, che ha bisogno di un’attenzione diversa, più gentile, verso di sé. E c’è un passo ancora più grande: accettare che probabilmente non si guarisce mai del tutto, nel senso che non si sarà mai come una persona che quel problema non l’ha mai avuto. E va benissimo così. Si resta comunque complete, piene, degne di amore, giuste anche così.
In sintesi
- Il binge eating nasce da un sistema di regole troppo rigide, non da mancanza di forza di volontà
- Il piacere per un cibo sano non dovrebbe generare senso di colpa
- Il tutto o niente (come saltare i pasti) è spesso più facile, ma più dannoso, della via di mezzo
- Chirurgia e farmaci aiutano, ma senza lavoro emotivo l’effetto raramente dura
- Accettare di non “guarire mai del tutto” non significa fallire: significa trattarsi con la gentilezza che si merita
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