Se hai vissuto un’abbuffata, sai com’è. Mangi, a volte senza nemmeno sentire bene il sapore, e poi arriva il dopo. Il senso di colpa, la stanchezza, la promessa a te stessa che non accadrà più. E poi invece accade di nuovo.
Di solito quando si parla di abbuffata si parla di controllo. Di come evitarla, di cosa la scatena, di come “rimediare” il giorno dopo. Ma raramente si parla di cosa è davvero. Di cosa rappresenta. E finché non lo capisci, continui a combatterla come se fosse il nemico. Ed è una lotta estenuante, che non porta da nessuna parte.
In questo articolo voglio fare una cosa diversa: guardarla con curiosità invece che con giudizio. Perché capire cosa c’è sotto all’abbuffata cambia tutto, anche il modo in cui ti guardi.
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Ascolta "109 L'abbuffata è la terra di nessuno" su Spreaker.L’abbuffata non è la prova che sei debole
Partiamo da qui, perché è la cosa più importante.
L’abbuffata non è la conferma che non hai abbastanza forza di volontà. Non è il segnale che sei irrecuperabile, o che il tuo rapporto con il cibo è troppo rotto per cambiare. Queste sono le cose che diciamo a noi stesse dopo, quando siamo sedute sul divano con il senso di colpa addosso e la mente inizia a ripercorrere tutto. E sono tutte false.
L’abbuffata è un comportamento. Come tutti i comportamenti, ha una funzione. Serve a qualcosa. E capire a cosa serve è infinitamente più utile che combatterla come se fosse una questione di carattere.
La prima cosa che serve capire è questa: l’abbuffata è uno sfogo.
Non una debolezza. Non un fallimento. È lo sfogo di una tensione che si è accumulata. Quella tensione può venire da tante cose: una giornata difficile, una relazione che pesa, una stanchezza profonda, un’emozione che non hai avuto spazio di sentire o esprimere. La tensione si accumula, e a un certo punto trova un’uscita. E spesso quella uscita è il cibo.
Non perché il cibo sia sbagliato. Ma perché funziona. Dà sollievo immediato, distrae, interrompe quello che si stava sentendo. Nel breve termine, funziona davvero.
L’abbuffata come terra di nessuno: il lato che nessuno racconta
C’è un altro aspetto dell’abbuffata che viene raramente nominato, e che per me è uno dei più importanti da capire.
L’abbuffata è anche un territorio in cui non valgono le regole.
Pensa a com’è il resto della tua giornata con il cibo. Ci sono le regole. Mangio così, non mangio quest’altro, devo fare attenzione, devo controllarmi. C’è sempre una voce in testa che misura, valuta, giudica quello che metti nel piatto. Una voce che dice se stai facendo bene o male, se stai rispettando il piano o no.
E poi arriva l’abbuffata, e le regole spariscono. È un posto fuori da tutto. Puoi fare quello che vuoi, essere chi non ti permetteresti mai di essere altrove. Comportarti in un modo che nelle altre ore della giornata non ti concederesti.
È una terra di nessuno. E anche se poi arriva il senso di colpa, anche se poi ti senti male, quella zona libera dalle regole dà qualcosa di reale: la sensazione, anche solo per un momento, di essere libera.
Questo non è qualcosa di sbagliato in sé. Il bisogno di un posto dove le regole non valgono è umano, profondamente umano. Il problema è quando l’abbuffata è l’unico posto in cui lo trovi.
Una mia cliente, qualche tempo fa, mi ha aiutata a mettere a fuoco esattamente questa cosa. Le abbuffate serali le capitavano quasi ogni giorno, dopo cena. Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, è emerso qualcosa di molto preciso: le sere in cui si abbuffava di più erano sempre quelle in cui la giornata era stata più intensa. Giornate in cui aveva dovuto essere presente per tutti, risolvere, gestire, tenere insieme le cose.
L’abbuffata serale era l’unico momento in cui poteva non dover essere responsabile di niente. Non dover scegliere bene. Non dover controllare. Non dover essere all’altezza di niente. Era la sua terra di nessuno.
Quando ha capito questo, qualcosa è cambiato. Non immediatamente, non tutto in una volta. Ma ha iniziato a chiedersi, nelle sere difficili: di cosa ho bisogno adesso? A volte la risposta era ancora il cibo. Ma altre volte era sdraiarsi sul divano senza fare niente, chiamare un’amica, fare un bagno caldo. Aveva trovato altre terre di nessuno.
Il ciclo che ti tiene bloccata e perché la forza di volontà non basta
Se hai provato a smettere di abbuffarti con la disciplina, sai già com’è andata. Ci provi, tieni duro per un po’, e poi ricomincia. Non perché sei debole. Perché il ciclo è costruito in modo che si ripeta.
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Ecco com’è fatto:
Arriva l’abbuffata. Poi arriva il senso di colpa, la vergogna, la promessa di ricominciare da capo. Si stringono le regole. Si mangia di meno il giorno dopo, si evitano certi cibi, si decide di essere più disciplinate. E poi la tensione si accumula di nuovo. E l’abbuffata torna.
Regole più strette, più tensione. Più tensione, più bisogno di sfogo. Più sfogo, più colpa. Più colpa, regole ancora più strette. Il ciclo si autoalimenta. Finché non lo interrompi, non dal punto della disciplina, ma dal punto della comprensione, continuerà.
Questo spiega anche perché non si smette di abbuffarsi con la forza di volontà. L’abbuffata non è solo un problema di autocontrollo. È uno sfogo. È un posto dove le regole non valgono. È un modo per distrarsi da qualcosa che fa fatica a essere sentito.
Finché queste cose rimangono senza risposta, finché la tensione non trova un’altra via d’uscita, finché non c’è un altro posto in cui le regole non devono valere, l’abbuffata tornerà. Non perché non ci provi abbastanza. Ma perché stai cercando qualcosa di reale, che al momento non sai come trovare in un altro modo.
Cosa cambia quando smetti di combatterla e inizi a capirla
Quando guardi l’abbuffata in questo modo, qualcosa cambia profondamente.
Smette di essere la prova di quanto sei fuori controllo, e diventa un’informazione. Ti dice che c’è una tensione da qualche parte. Ti dice che hai bisogno di uno sfogo. Ti dice che stai cercando un posto in cui non dover essere brava, non dover controllare, non dover rispettare nessuna regola.
E se non capisci cosa sta succedendo, non puoi cambiarlo. Quando invece riesci a guardarla con curiosità, come un segnale piuttosto che come un fallimento, hai in mano qualcosa di molto più utile.
Hai una domanda diversa. Non “come smetto?”, ma: di cosa ho bisogno davvero? Cosa stavo cercando? In quale altro modo potrei darmi quella libertà, senza il costo che arriva dopo?
Queste domande non hanno sempre una risposta immediata. A volte ci vuole tempo. A volte ci vuole qualcuno che aiuti a guardarle, perché quando sei dentro al meccanismo è difficile vederlo dall’esterno.
Ma è da lì che inizia il cambiamento reale. Non dalla stretta successiva, non dal piano alimentare più rigido, non dall’ennesimo “da lunedì ricominciamo”. Dal capire cosa c’è sotto.
Conclusione
L’abbuffata non è la prova che sei debole. Non è la prova che non ce la fai.
È il segnale che qualcosa dentro di te sta cercando uno sfogo, un posto dove le regole non valgono, un momento di libertà, anche se in una forma che poi ti costa cara. È umano. Ed è qualcosa che si può cambiare, non combattendola, ma capendo cosa c’è sotto.
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