Sara Bonacini è dietista specializzata in mindful eating e lavora con donne che vogliono trasformare il loro rapporto con il cibo senza diete e senza senso di colpa.
Mangiare come una persona normale è quello che moltissime donne mi dicono di volere, quando arrivano da me per la prima volta. Vorrebbero smettere di pensare al cibo tutto il giorno, non sentirsi in colpa dopo un pasto, non mangiare per nervosismo. Il problema è che “mangiare come una persona normale”, se lo guardiamo da vicino, è un obiettivo più basso di quanto sembri, e spesso è anche un obiettivo poco chiaro, perché nessuno sa davvero indicare cosa faccia, in pratica, una persona “normale” a tavola.
Cosa significa davvero mangiare come una persona normale
Nella mia esperienza di dietista, quello che vedo tutti i giorni in studio è che la maggior parte delle donne fatica a riconoscere il momento in cui è sazia, mangia per nervosismo nei periodi più pesanti, e si porta dietro un senso di colpa dopo i pasti, quel dialogo interno fatto di “non dovevo”, “ho sbagliato”.
In altre parole: mangiare in modo disordinato, con episodi di iperalimentazione da stress e strascichi di colpa, è un’esperienza estremamente diffusa. Non significa che vada bene così. Significa solo che se ti riconosci in questi comportamenti, non hai un problema raro o vergognoso: ne parlo con quasi ogni persona che segue un percorso con me. Ma è comunque un’esperienza da cui vale la pena uscire.
Il vero obiettivo, nel mio lavoro con le clienti, non è mangiare come fanno tutti. È costruire un rapporto sicuro di sé e sereno con il cibo, una relazione che regge anche nei giorni difficili, senza bisogno di regole rigide né di sensi di colpa. Il perfezionismo alimentare non nasce dal cibo in sé, ma dall’idea che sbagliare un pasto significhi aver fallito come persona. Ed è proprio questa equazione, un pasto imperfetto uguale un fallimento personale, il punto su cui lavoriamo davvero, molto più che sulla lista della spesa.
Le quattro aree su cui lavoro con le mie clienti, quando l’obiettivo non è più essere normali ma sentirsi sicure di sé e al sicuro con il cibo, sono queste.
Presenza a tavola
Se il termostato di casa è tarato male, ti dice ventidue gradi mentre in realtà fa molto più caldo o molto più freddo, e tu impari a fidarti del numero, non della pelle. Con anni di diete e regole alle spalle, la fame funziona spesso così: segnali sballati a cui abbiamo imparato ad affidarci più che al corpo. Il lavoro non è ignorare lo strumento, ma ritararlo, ed è un processo che richiede settimane, non un solo pasto consapevole. All’inizio significa fermarsi a metà pasto e chiedersi cosa sente davvero il corpo, non cosa dice il piatto vuoto o l’orologio.
Fa parte della stessa area anche il piacere del cibo. Ho seguito una cliente che per anni ha mangiato solo cose “sicure”, sempre uguali, senza sapore, convinta fosse l’unico modo per stare bene. Il giorno in cui si è concessa un piatto vero, cucinato con calma, mi ha scritto che non ricordava che mangiare potesse essere anche quello. Il piacere non si merita comportandosi bene: è parte integrante di un rapporto sano con il cibo, tanto quanto riconoscere fame e sazietà. Presenza a tavola vuol dire proprio questo: esserci, con tutti i sensi, invece di mangiare in automatico davanti allo schermo pensando già al pasto dopo
Corpo come alleato
Non è solo il gonfiore serale. È la testa annebbiata alle tre del pomeriggio dopo un pranzo troppo abbondante, l’incapacità di concentrarsi in una riunione. Sentirsi fisicamente appesantite non è il prezzo da pagare per essersi godute un pasto: è un’informazione da ascoltare, non una colpa da scontare. Il corpo, in questo senso, non è un ostacolo da tenere a bada, ma un alleato che ti dice qualcosa, se impari ad ascoltarlo invece che a controllarlo.
Molte delle donne che seguo arrivano abituate a leggere il corpo come un nemico da correggere, non come una fonte di informazioni. Cambiare questo sguardo richiede tempo, ma è quello che permette di fare scelte a tavola basate su come ci si vuole sentire dopo, non su una regola imparata a memoria.
Flessibilità mentale
Indossare sempre le stesse tre magliette prima o poi fa sentire strette, non solo fisicamente. Con il cibo è uguale: eliminare intere categorie, carboidrati, frutta, carne, non è disciplina, è chiudere metà dell’armadio e chiedersi perché ci si sente sempre uguali. Un intestino sano ha bisogno della stessa varietà di un guardaroba ben fornito, non delle solite tre fonti.
La stessa flessibilità serve quando le cose non vanno come previsto. Capita che “solo uno spritz” diventi un tagliere intero e un dolce. Non è un fallimento, è una serata. Il paradosso è che vivere quella serata con angoscia intensa il giorno dopo aumenta le probabilità che si ripeta, proprio per compensare il disagio. Restare tranquille dopo un episodio simile, senza processarsi per giorni, è una competenza che si allena, non un tratto caratteriale che si ha o non si ha. La flessibilità mentale è proprio questo: la capacità di guardare a una serata fuori controllo come a un episodio isolato, non come alla prova che il percorso non stia funzionando
Emozioni che non passano necessariamente dal piatto
Una cliente ha ripreso in mano un vecchio progetto di cucito abbandonato da anni. Non ha risolto il suo rapporto col cibo cucendo, ma per la prima volta da mesi ha passato una serata intera senza aprire il frigo per noia. In un altro caso, una cliente apriva il frigo in automatico ogni volta che chiudeva una telefonata difficile, senza nemmeno accorgersene: abbiamo sostituito quel gesto con cinque minuti fuori casa, solo per cambiare aria.
In entrambi i casi non è sparito lo stress, e non è sparita la noia: è cambiato solo dove andava a finire. Il rumore da cibo si abbassa quando trovi altri posti dove far stare l’attenzione, invece di lasciare che il cibo resti l’unica valvola di sfogo disponibile, semplicemente perché nessuno ti ha insegnato un’alternativa. Funziona meglio se decidi queste alternative in anticipo, non sull’urgenza del momento: non è il concetto a essere sbagliato quando non regge, è la tempistica. Deciderle a mente lucida, prima che arrivi l’urgenza della voglia improvvisa, è quello che fa la differenza tra una strategia che tiene e una che si sgretola al primo momento difficile.
Come posso mangiare come una persona normale, allora?
Se questa è la domanda che ti ha portata fin qui, la risposta breve è: probabilmente non è la domanda giusta da farti. La domanda più utile è “come costruisco un rapporto col cibo che regga nei giorni difficili?”, ed è a quello che servono le quattro aree viste sopra: nessuna richiede una forza di volontà sovrumana, sono competenze che si allenano una alla volta.
Non è un traguardo che si raggiunge in una settimana, ma è un percorso che puoi iniziare oggi stesso, scegliendo una sola di queste quattro aree su cui lavorare nei prossimi giorni.
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