Fare pace con il cibo non significa non avere mai più una giornata storta. Non significa mangiare sempre con calma e consapevolezza, non avere mai un pensiero critico sul proprio corpo, non sentire mai stanchezza o frustrazione. Eppure è questa l’immagine che spesso circola: la professionista serena, sempre presente, sempre in equilibrio, che ha già risolto tutto e vive in uno stato permanente di pace con sé stessa e con il cibo. Un’immagine bella, rassicurante, e completamente falsa. In questo articolo ti racconto tre cose vere su di me che non ho mai detto pubblicamente prima, perché penso che tu abbia bisogno di sentirle.

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Perché l’immagine della professionista perfetta non ti aiuta a fare pace con il cibo

Quando le persone mi scrivono, mi dicono spesso: “Tu sì che ce la fai. Io non riuscirò mai, sono troppo caotica, troppo emotiva.” E ogni volta mi fermo. Capisco da dove viene quella frase, e allo stesso tempo mi dispiace che esista.

Guardando dall’esterno, sembra che chi fa questo lavoro abbia risolto tutto. Che non abbia mai una giornata in cui si sente a pezzi, mai un momento in cui il cibo viene usato per gestire qualcosa che non è fame. Che il rapporto con il proprio corpo sia sereno, stabile, immobile. Come una foto bellissima, sempre uguale a se stessa.

Ma quella è un’immagine. Non è la realtà.

E se continui a pensare che per stare meglio devi diventare quella persona perfetta, quella che non ha mai un momento difficile, quella che non mangia mai per stanchezza o per noia, allora non inizierai mai. Perché quella persona non esiste. Non esiste in nessuno. Men che meno in me.

Tre cose vere su di me e sul mio rapporto con il cibo

La prima: non mangio sempre in modo consapevole.

Ci sono sere in cui arrivo a tavola stanca e mangio senza sentire quasi niente. Non sento i sapori, non sento quando sono sazia, non sono davvero presente. Sono seduta lì, ma sono altrove, con i pensieri della giornata che ancora girano. Ci sono pomeriggi in cui apro il frigorifero senza fame vera, solo perché sono a corto di energie o annoiata o ho bisogno di una pausa da tutto.

Succede. E quello che succede dopo, nella mia testa, è molto diverso da quello che succedeva anni fa. Prima quei momenti diventavano una prova: ero caduta, avevo sbagliato, dovevo rimediare. Adesso li noto, ci sto un secondo, e vado avanti. Senza costruirci sopra un processo, senza punirmi, senza ricominciare il giorno dopo con una lista di regole più severe.

Il mindful eating non è uno stato permanente di grazia. È una pratica con alti e bassi. Il punto non è la perfezione: è saper tornare, ogni volta, senza usare la frusta.

La seconda: non mi piaccio sempre.

Ci sono giorni in cui mi guardo e non mi va bene niente. In cui il confronto con le altre scatta automatico, anche se so esattamente com’è fatto quel meccanismo, anche se potrei spiegartelo nei dettagli, anche se lo insegno. Scatta lo stesso.

Quella vocina critica non sparisce del tutto. E voglio dirtelo chiaramente: non è questo l’obiettivo, almeno non sempre, almeno non subito. La vocina è il risultato di anni, decenni, di messaggi che ci hanno detto che i corpi vanno corretti, controllati, migliorati. Non è una tua debolezza. È una risposta culturale. È quello che ci hanno messo dentro senza chiederci il permesso.

L’obiettivo è che quella voce non sia più lei a decidere come va la tua giornata. Sentirla, riconoscerla per quello che è, e poi scegliere cosa fare. Non obbedirle in automatico. Quella differenza, tra “ho un pensiero critico sul mio corpo” e “sono il mio pensiero critico sul mio corpo”, cambia tutto.

Se ti stai chiedendo se stai davvero facendo progressi in questo lavoro, ho scritto qualcosa anche su questo.

La terza: a volte mi arrabbio, mi chiudo, mi sento giù.

Le emozioni difficili fanno parte della mia vita esattamente come della tua. Ho le mie giornate no, i miei momenti di chiusura, le mie frustrazioni. Ci sono periodi in cui mi sento sopraffatta, in cui l’energia non c’è, in cui anche le cose piccole sembrano pesare.

Non ho trovato un modo per non sentire queste emozioni. E voglio dirtelo chiaramente: quel modo non esiste. E se qualcuno te lo vende, scappa.

Ho trovato un modo per non aver bisogno che sia il cibo a tenerle a bada. Per stare dentro quello che sento senza dover fare qualcosa con il cibo per regolare tutto. E questa è la cosa più importante: fare pace con il cibo non significa non avere più emozioni scomode. Significa che il cibo rimane cibo. Le emozioni rimangono emozioni. Non si mescolano più nello stesso posto, con lo stesso automatismo, con lo stesso peso.

Da dove iniziare davvero a fare pace con il cibo

Non devi aspettare il momento perfetto. Non devi avere la testa più libera, una vita meno caotica, una versione migliore di te stessa. Quel momento non arriverà, non perché sei tu il problema, ma perché la vita è sempre un po’ caotica, sempre un po’ piena, sempre un po’ difficile da qualche parte.

Esiste il momento in cui decidi che vale la pena provarci, partendo esattamente da dove sei adesso. Con tutto quello che sei. Comprese le parti che non ti piacciono, comprese le giornate storte, compresa la stanchezza.

Non devi diventare un’altra persona. Devi imparare a starci dentro senza che il cibo debba fare tutto il lavoro.

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